Τρίτη, 18 Οκτωβρίου 2016

SINODALITA E PRIMATO: RIFLESSIONI SUL DOCUMENTO DI CHIETI


Dimitrios Keramidas, Settimana News
Il documento «Sinodalità e primato nel primo millennio. Verso una comune comprensione nel servizio all’unità della Chiesa» si inserisce nella serie dei documenti della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e quella Ortodossa (tutti i documenti di tale Commissione sono reperibili alla pagina web del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani).
A Chieti si è voluto continuare il dialogo bilaterale avviato nel 1980 e concentrarsi con «spirito positivo» su temi riguardanti la natura sacramentale della Chiesa (cf. qui l’intervista al teologo Piero Coda). In altri documenti della Commissione mista – di Monaco (1982), di Bari (1987), di Valamo (1988) e di Ravenna (2007) – si possono trovare analoghi accenni alla Trinità come fonte dei sacramenti, dell’ordine sacerdotale e del governo ecclesiale. Il documento di Chieti riprende, quindi, le medesime tracce e le espone in maniera sintetica, alla ricerca di una visione comune sull’esercizio dell’autorità nella Chiesa. Il testo deve essere apprezzato proprio per lo sforzo mostrato da ambedue le parti di approfondire teologicamente le istituzioni ecclesiastiche, inquadrandole nelle istanze carismatiche dell’evento ecclesiale, senza però perdere di vista la dimensione storica che ne contestualizza la funzione: teologia e storia sono altrettanto decisive nella comprensione della spiritualità cristiana e della legislazione ecclesiastica (§6).

Aspetti condivisi


Rispetto ai precedenti testi il documento di Chieti è più breve e meno ardito teologicamente e non sembra in prima lettura offrire spunti originali. Probabilmente hanno pesato le difficoltà riscontrate nella fase redazionale del testo e la mancata recezione del documento di Ravenna da parte di alcune Chiese ortodosse. Perciò, si è optato per una versione più attenuata che tuttavia conserva le linee-guida di Ravenna e dei documenti degli anni Ottanta, cercando di individuare i punti di convergenza tra le Chiese. Il testo esamina la relazione tra primato e conciliarità nella Chiesa indivisa del primo millennio a livello locale, regionale e universale. Vi sono, in particolare, accenni ai fondamenti sacramentali e trinitari della comunione e unità ecclesiale (§1), il riferimento alla sinodalità quale «qualità fondamentale della Chiesa nel suo insieme» (§3), il rinvio al canone apostolico 34 come base per comprendere il rapporto tra il «primo» e i «molti» di un concilio (§13), il riconoscimento dell’origine eucaristica del ministero episcopale (§§8-10) e il riferimento alla cosiddetta «pentarchia» del primo millennio (§16). Si afferma che la vita ecclesiale scaturisce da un elemento focale (la sinassi eucaristica) per evolversi gradualmente fino all’incontrare le altre Chiese locali – nella persona dei rispettivi vescovi – e arrivare alla Chiesa universale, ovvero all’ecumene cristiana, in cui «i vescovi dell’Oriente e dell’Occidente erano consapevoli di appartenere all’unica Chiesa» (§20). Si tratta, in altre parole, di principi cari all’ecclesiologia ortodossa che non dovrebbero creare particolari difficoltà di ricezione.

Nodi critici


Il nodo nel rapporto tra primato e sinodo (consueto campo di resistenza di alcuni ortodossi) resta la questione sulla funzione del vescovo di Roma nel contesto della Chiesa universale del primo millennio e se il suo primato di onore implicasse o meno delle prerogative canonico-giurisdizionali in Oriente. Le due parti si sono limitate ad affermare che «il primato del vescovo di Roma tra i vescovi fu gradualmente interpretato come una prerogativa derivante dal fatto che egli era il successore di Pietro, il primo tra gli apostoli. Tale comprensione non fu adottata in Oriente, che su questo punto interpretò diversamente le Scritture e i Padri», auspicando di tornare su questo argomento «nel futuro» (§16). Sebbene tali problemi storico-ermeneutici impediscano tuttora il raggiungimento di una visione condivisa sul primato, ci si augura che le dichiarazioni e i gesti di papa Francesco in favore della sinodalità potranno ricondurre il dibattito verso più ampie convergenze.

Le sfide per gli ortodossi


Il recente Santo e grande concilio ortodosso di Creta, ha dato alle Chiese ortodosse la possibilità di pensare, esprimersi e agire a una voce. E tuttavia il Concilio di Creta ha registrato anche dissensi (delle Chiese assenti e dei circoli anti-ecumenici e tradizionalisti), mostrando che anche per gli ortodossi esiste un problema di realizzazione della sinodalità. In questo senso, il cammino di Roma verso la conciliarità e quello dell’Ortodossia dal «plurale» delle Chiese-nazionali al «singolare» della conciliarità potranno favorire una riconsiderazione del rapporto tra primato e sinodo in modo che il primo non offuschi il secondo (e viceversa), ma che il loro rapporto sia organico e complementare, nella corresponsabilità del «primo» e dei «molti» a osservare lo spirito della Chiesa indivisa. Con ciò anche l’intento di costruire l’unità acquisirebbe un senso concreto e reale, ben oltre le opinioni di quei teologi o gerarchi che – favoriti da una certa insufficienza nella comunicazione dei dibattiti ecumenici alla base ecclesiale – si dichiarano pronti a difendere la purezza della fede da… qualsiasi tradimento. Solo un dialogo in cui gli interlocutori accettino ciò che è conforme alla sostanza della fede cristiana può porsi a servizio della logica dell’unità e non di quella della perpetuazione dei contrasti apologetici.

Con lo sguardo al futuro


I documenti della Commissione mista esortano i vertici ecclesiastici a rendere partecipe la comunità teologica, il popolo, il clero, il mondo monastico della dinamica del dialogo teologico. Un ecumenismo edificato sulle tracce della sinodalità necessita il coinvolgimento di tutto il pleroma ecclesiale – e non soltanto di alcuni tecnici – nella causa dell’unità. È questo, a nostro avviso, il traguardo principale che l’Ortodossia dovrebbe darsi dopo che il Concilio di Creta ha ufficialmente dichiarato l’ecumenismo «non in contrasto» con la natura della Chiesa ortodossa. La sterile contestazione dei frutti del dialogo ecumenico è una rinuncia al respiro universale dell’Ortodossia, legittima la mentalità divisoria del tradizionalismo e dell’etnofiletismo, rende invalida la recezione del Concilio e priva la Chiesa di quel carattere profetico che è garantito dal sistema sinodale! Sarà questa la pista sulla quale, d’ora innanzi, si affronteranno cattolici e ortodossi.
Dimitrios Keramidas è docente alla Hellenic Open University; si occupa di Missiologia, Teologia ecumenica e Teologia greca moderna. Ha recentemente pubblicato Ortodossia greca ed Europa. Percorsi teologici, approcci ecclesiastici, prospettive ecumeniche (Cittadella, 2016).